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ANTONIO DI PIETRO

(di Agnese Carnevali)

Schivo e riservato, con il suo sorriso melanconico ed i suoi occhi vivi, che si infiammavano quando parlava di nuovi progetti. Timido ed introverso per carattere, buttava fuori la sua paura - come egli stesso disse in un’intervista - attraverso la sua arte, inizialmente vissuta come una reazione all’autorità, una vera e propria rivolta. (Cesare Baldoni, Di Pietro: «Da Picasso in poi si è realizzato quasi tutto», in Ore 12, Il Globo, 9-10 maggio 1993). Questo era Antonio Di Pietro, pittore nato ad Ancona il 15 febbraio 1945 e morto il 30 aprile del 2009.

La sua carriera inizia con una fuga. Appena diciannovenne lascia la sonnolenta Ancona, che gli aveva dato i natali, ed approda in Francia, a Saint Denis. È lì che, racconta l’artista, conobbe un’arredatrice parigina con la quale iniziò a collaborare. Con lei, spiega Di Pietro al suo intervistatore, Cesare Baldoni, “disegnavo ambienti, inventavo disegni stilizzati per ferri battuti, anche il design industriale” (Cesare Baldoni, ibidem). Così dall’essere “ragazzo di bottega” di un architetto in Italia, diventa “l’antesignano del designer”. (Cesare Baldoni, Dall’ego all’espressionismo, La Gazzetta, 20 dicembre 1992).

La sua voglia di apprendere e sperimentare, però, la sua necessità di esprimersi anche sulla tela non potevano essere paghe. Né la Francia poteva essere la sua meta definitiva. Dopo due anni è di nuovo in Italia, poi parte alla volta della Germania, per fare infine ritorno, ancora una volta, in patria, a Roma, Milano e nella sua Ancona, la terra d’origine e quella in cui decide di mettere radici. Si sposa con Elvira Mazzanti ed ha due figli, Ilaria e Pietro, e continua a coltivare la sua arte. La famiglia è il suo rifugio, dove trova quiete dopo la tempesta. E la tempesta, per lui, è l’esplorazione pittorica.

Nel suo intimo si sentirà sempre come “Ulisse”, un viaggiatore instancabile, alla continua ricerca di conoscenza, ma devoto alla sua “Itaca”, che per Di Pietro era il suo studio, “dove lavoro”. ( Cesare Baldoni, ibidem).

È negli anni tra la Germania e l’Italia che il pittore dorico “ […] traccia figure umane, chiese porti, secondo una tecnica molto originale, con trasparenze e prospettive, che parte comunque da una matrice impressionista ma che negli anni della maturità gli si rivela in originalissimi paesaggi dalla vena espressionista”. (Cesare Baldoni, ibidem). Tanto in Italia quanto in Germania e Francia espone con successo, partecipando a collettive, allestendo personali, riceve numerosi premi. Ma se nessuno è profeta in patria, questo è ancor più vero per Antonio Di Pietro, pittore per antonomasia di Ancona, ritratta in tutta la sua bellezza e nella sua essenza più autentica in moltissimi dei suoi quadri. “Le navi che sfiorano i moli, mentre pilotine e rimorchiatori le scortano dolcemente. I gabbiani che intrecciano danze primaverili toccando il cielo. E San Ciriaco che veglia possente illuminando di sacralità terra e mare”. (Il pittore dallo spirito libero, Corriere Adriatico, 26 aprile 2011). Nelle sue opere Di Pietro restituisce l’immagine di un’Ancona “ricca di fragranze umorali, radiosa, piena di luce. Con vicoli, piazze, monumenti e antichi palazzi senza segreti”. (Il pittore dallo spirito libero, Corriere Adriatico, 26 aprile 2011). Ma il “canto” alla sua Ancona non gli varrà mai, almeno in vita, il riconoscimento della sua città, sempre avara, per critica e pubblico, nei confronti del suo pittore. È solo nel 2012, a tre anni dalla sua morte, che l’allora sindaco, Fiorello Gramillano, consegnerà alla moglie Elvira Mazzanti, l’attestato di Civica Benemerenza, nella consueta cerimonia cittadina del 4 maggio, giorno di San Ciriaco, patrono della città.

Ma tanti erano anche i committenti amanti della sua Ancona e delle sue tele e che spesso lo costringevano ad un ritmo frenetico, quasi correndo a perdifiato tra le vie storiche della città. Da pittore che è sempre vissuto di pittura difficilmente rifiutava un ordine. “Dovendo campare accetto qualsiasi tema”, rivela nel ’92 sempre al suo intervistatore Baldoni. (Cesare Baldoni, Dall’ego all’espressionismo, La Gazzetta, 20 dicembre 1992). Una scelta che gli permetterà di affinare la sua versatilità e di acquisire destrezza in ogni tecnica. Ma la sua vera anima di artista lo porta altrove, ad inseguire, afferma egli stesso, “il mito, il fantastico, quanto oltre l’immagine tradizionale possa rivelarsi”. (Cesare Baldoni, Dall’ego all’espressionismo, La Gazzetta, 20 dicembre 1992). Nel suo studio, scrive Siro Rosi il 14 maggio 2009 sull’edizione anconetana de Il Resto del Carlino, “c’era e c’è ancora quella voglia inappagata di uscire dal cliché, dagli stereotipi, dalle etichette appicicategli addosso, per liberare la sua creatività, il suo spirito più vero”.

Al centro delle sue composizioni c’è sempre l’emozione. “Se è molto forte”, afferma ancora nell’intervista a Baldoni per La Gazzetta, “[…] io so dare in immagini queste mie pulsioni”. Immagini in cui, scrive il critico Mario Domenico Storari, “[…] l’esteriorità perde valore per dare vita ad altri aspetti più riposti: per fare apparire ciò che non appare agli occhi ma che l’artista vede e sente dentro di sé. Il segreto della sua pittura è nella straordinaria forza di suggestione che annulla la distanza tra sogno e realtà, tra dimensione della psiche e spazio. […] Il linguaggio di Antonio Di Pietro, dai segni equilibrati e sicuri e dall’indiscutibile valore, sia formale che contenutistico, riesce sempre a darci una ricchezza di sentimenti che nei toni caldi e vibranti della sua poetica, tendono ad evocare un alone magico di poesia”.

“Palazzo Moroder”, olio su tela di Antonio Di Pietro – 2008. Immagine digitale di Sauro Marini (2008)

 

 

 

 

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